La piccola tregua nel Pd

Con le sue prime mosse, Dario Franceschini è riuscito a ottenere una specie di tregua all’interno del Partito democratico, condizione indispensabile per affrontare con un minimo di attendibilità le prossime sfide politiche ed elettorali. Naturalmente non ha sciolto le contraddizioni di fondo.
21 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 20:59
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Si tratta di un’impostazione piuttosto ristretta, che non nasce dall’ambizione di allargare l’area del consenso ma dall’esigenza di tenere insieme quel che c’è. Anche in questo Franceschini esprime una buona dose di pragmatismo. Ha preso atto che la vocazione maggioritaria aveva un senso per un partito che raccoglie più di un terzo dei consensi nazionali, ma apparirebbe boriosa per uno che teme di scendere sotto il quarto. Così Franceschini lascia gli amministratori del Nord al loro dialogo imitativo con la Lega, Massimo D’alema a costruire un’improbabile trincea tardomeridionalista, Enrico Letta a duettare con Pier Ferdinando Casini, riscuotendo in cambio l’apprezzamento più o meno sincero da parte di tutti per le sue iniziative propagandistiche.
Così si è guadagnato lo spazio per gestire dossier delicati, come quello dell’inquadramento della Rai, senza dover subire troppe gomitate, e sembra in grado di ottenere un accordo sul regolamento interno per le elezioni europee, a partire dalla selezione delle candidature che potrebbe riaprire vecchie contrapposizioni politiche e tensioni tra le aspirazioni personali. Se si guarda da un punto di vista oggettivo, la politica di Franceschini porta il segno della ritirata, dell’abbandono dei progetti egemonici per rientrare su una più modesta funzione di rappresentanza sociale ristretta, della rinuncia alle grandi sintesi per passare al governo delle contraddizioni. Ma saper gestire una ritirata quando è necessaria è una delle manovre strategiche più difficili.